Kuaska & il lambic, storia a puntate di un amore senza fine

Kuaska & il lambic, storia a puntate di un amore senza fine

Kuaska in azione

Se oggi un numero sempre crescente di appassionati scopre, ama e ricerca le birre acide, lambic e i suoi derivati in testa, è solo ed esclusivamente colpa mia. Se oggi alcuni birrai italiani “brettano”,  “aceticano”, “latticano” e “barricano” sempre di più, è solo ed esclusivamente colpa mia. Se oggi troviamo birre acide in beer-shops,  pubs,  ristoranti e locali di varia concezione, è solo ed esclusivamente colpa mia. Se oggi un numero sempre più  impressionante di  viaggiatori invade il Belgio, e più specificatamente il Pajottenland,  è solo ed esclusivamente colpa mia. Se ho creato mostri che trovano poco acide, birre col PH appena sotto il 4, è solo ed esclusivamente colpa mia. Mi assumo interamente e consapevolmente ogni responsabilità.

Ma come nacque in me questa passione che poi si trasformò in una ragione di vita? In questo numero e nei prossimi, ripercorrerò le tappe che ci portano ai giorni nostri, giorni sempre più acidi, birrariamente parlando.

Mi innamorai delle birre acide ancor prima di poterle assaggiare.  Poco dopo la metà degli anni  settanta, rimasi folgorato, ammaliato, e conquistato dalle foto di bottiglie scure, di vetro massiccio, nude con pennellate bianche o rosse che contraddistinguevano le gueuze e le kriek, che “bucavano”  le pagine di un libro di Michael Jackson, “the Beerhunter”, colui che poi sarebbe diventato il mio Maestro.  Cominciai a studiare per  cercare di sapere tutto su quelle birre, sulla gente che le faceva e sulla storia che avevano alle spalle.  Scoprii un mondo fantastico e fino ad allora sconosciuto e sentii il dovere morale di assumere il ruolo di “traghettatore”  per  tutti coloro che vivevano nel limbo dei “cadaveri in bottiglia”.

Ebbi i primi contatti ravvicinati con le birre acide a Parigi, nella straordinaria Cave de Gambrinus in rue des Blanc Manteaux, vicino all’Hotel de Ville. Entravo e salutavo il taciturno titolare, capelli ricci su un volto da uomo vissuto e mi dirigevo subito al piano inferiore dove trovavo tutto l’acido che una “mente malata” come la mia potesse desiderare.  Accarezzavo con dolcezza bottiglie impolverate di gueuze, kriek e framboise etichettate De Neve, Eylenbosch, Vanderlinden, Van Malder  ma afferravo con più voluttà quelle “nude” il cui produttore avrei poi scoperto al levar del tappo.  Quando avevo a disposizione un’auto di un amico, mi veniva fornito un cartone per raccogliere il mio bottino. Ricordo che un venerdì comprai così tante bottiglie che il titolare mi disse “courage!” ma al lunedì ero di nuovo da lui e gli strappai un sorriso.  Tutto finì poi quando, durante una mia visita al negozio dopo mesi di forzata assenza , trovai gli scaffali così come li avevo lasciati mesi prima e appresi dalla smarrita commessa come il titolare, navigatore solitario per hobby,  morì in un naufragio, a fine estate.  Gli sarò eternamente riconoscente, grazie a lui avevo avuto l’opportunità di toccare con mano ciò che poi sarebbe diventato per me un verbo da predicare. Per farvi capire come fossi stato ipnotizzato dal lambic e dai suoi derivati, vi racconto come superaii una cerimonia di iniziazione che mi imposi nei giardini del Palazzo delle Tuileries, adiacente al Museo del Louvre. Portai con me mezza dozzina di Mort Subite “sur lie”, 37,5 cl. etichetta nera (quella che oggi si chiamerebbe “Oude Gueuze”) e sotto un sole feroce, le bevvi tutte di fila ripetendomi “mi deve piacere, mi deve piacere”. 

Finalmente arrivò il grande giorno del primo viaggio in Belgio, in treno, da Parigi a Bruxelles. Ero così eccitato che arrivai alla Gare du Nord in grande anticipo stressando il mio amico italiano che, pur odiando la Francia e i francesi, viveva a Parigi con la moglie francese e i figli francesi.  L’eccitazione aumentava man mano che leggevo i nomi delle stazioni che scorrevano davanti a me, Lembeek, Halle, Beersel.  Appena sceso dal treno, alla Gare de Midi, baciai la terra santa tra attoniti viaggiatori e il mio amico, per nulla sorpreso.  Dal sabato mattina alla domenica sera, bevvi circa 24 litri (giuro!) tra lambic, gueuze, kriek e framboise,  con nomi e commenti  annotati con maniacale precisione. Trascorsi  tutto  il viaggio di ritorno nella toilette del treno. Tutti pensarono che o fossi drogato o non avessi pagato il biglietto.

Del primo incontro con la famiglia Van Roy/Cantillon e di tutto ciò che successe dopo, vi parlerò nel prossimo numero.  Promessa solenne da Principe del Pajottenland!

Kuaska, Genova 20 settembre 2010

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